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Elisabetta (Betty) Ambiveri: una bergamasca dalla parte degli ultimi


Betty Ambiveri
Betty Ambiveri


«Mai una donna deve sentirsi stanca, deve sempre lavorare, deve sempre lottare.»

Dalle Lettere da Sant’Agata



Queste le parole di Elisabetta Ambiveri, pronunciate in un momento particolarmente complesso della sua vita, ma al culmine del suo impegno e della sua dedizione nella difesa dei più deboli.


Anche oggi, infatti, voglio raccontarti una storia di coraggio che ha come protagonista una donna straordinaria. Un binomio, questo, che ha visto esempi luminosi nella nostra Bergamo, e che non può che riportare alla memoria la storia eccezionale di Lydia Gelmi Cattaneo. Mogli, madri, componenti di famiglie benestanti, che non restarono protette nelle loro dimore, ma vissero inseguendo un identico presupposto: dedicarsi pienamente al prossimo, con tutte le proprie forze.


Elisabetta Ambiveri è infatti un’altra donna della silenziosa e operosa provincia bergamasca, che si è distinta con immenso valore, e quasi spasmodicamente, per aiutare gli ultimi, e difenderne i diritti troppo spesso violati.


Un simbolo della Bergamo che amiamo di più, quella dal volto umano, generosa, sensibile e altruista, che non si conosce mai abbastanza e che, per questo, amo profondamente raccontarti.



La famiglia Ambiveri, da Bergamo a Seriate

Elisabetta, detta Betty, nasce a Bergamo nel 1888: è la prima dei sette figli che comporranno l’agiata famiglia Ambiveri, il cui capostipite Giovanni, imprenditore nel campo dell'allevamento dei bachi da seta, deciderà ben presto di trasferire a Seriate la propria dimora e attività, in una splendida villa che prenderà il nome della famiglia.


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Alcuni membri della famiglia Ambiveri: sulla sinistra, il padre e la madre di Betty, e al centro e sulla destra, le sorelle.

L'educazione di Betty - momento molto importante che segnerà il suo carattere - viene affidata all’istituto delle suore Marcelline di Milano. Qui, la giovane apprende la cultura riservata alle ragazze della ricca borghesia, improntata alle cure domestiche e alle buone maniere: accanto alle lingue, impara l’arte del ricamo, del cucito e della pittura.


Da questa dimensione, tuttavia, Betty si discosta progressivamente, preferendo alle cure della casa e ai ricevimenti in villa l’attività imprenditoriale di famiglia: si interessa così di tecniche agrarie e, ben presto, si dedica all’istruzione dei mezzadri delle sue proprietà, insegnando loro i metodi più avanzati di coltivazione.



L'impegno di Betty Ambiveri nella Prima Guerra Mondiale

Come spesso accade, però, sono le situazioni più complesse a scuoterci, e a portare a rivelare la nostra natura: Betty scopre infatti la sua nella seconda metà degli anni Dieci, durante il drammatico periodo della Prima Guerra Mondiale.


Seguendo i valori della fede cristiana, interiorizzati grazie all'esempio della propria famiglia e all’influenza delle suore Marcelline, la ragazza diventa volontaria della Croce Rossa all’ospedale bergamasco della Clementina di via Borgo Palazzo, dove presta soccorso alle vittime delle atrocità della guerra.


Negli anni della sua educazione, infatti, Betty fa propria la vocazione dell’istituto, che – adottando le parole del fondatore don Biraghi – si potrebbe riassumere nella visione che «la vera santità sia fare il proprio dovere senza cose straordinarie».


Ed è proprio traendo forza dalla propria virtù, e agendo con le proprie umanissime risorse, che Elisabetta si offre come modello che, nel compiere azioni, in fondo, ordinarie, si svela davvero come straordinario.


Betty Ambiveri volontaria Croce Rossa Bergamo Prima guerra mondiale
Betty Ambiveri volontaria della Croce Rossa durante la Prima guerra mondiale.

Gli anni del Primo conflitto trascorrono così per Betty nella più profonda dedizione verso la causa, facendo maturare nella giovane una decisa volontà assistenziale che si concretizza, a guerra terminata, nella fondazione di un Laboratorio Missionario. Poco più tardi, Elisabetta diventa anche presidente dell’Opera Apostolica delle Pontificie Opere Missionarie.


Il suo impegno prosegue infatti intensamente anche nel Dopoguerra, non soltanto estendendosi alle missioni, ma dando modo a Betty di prestare soccorso alla sua stessa comunità: ogni mattina, a Seriate, davanti a villa Ambiveri si raccolgono diverse persone bisognose, la cui esistenza è provata dalla guerra, in termini economici, lavorativi e di salute, ed Elisabetta cerca il modo di sostenere ognuno di loro.


Così, mentre progressivamente l’attività di famiglia prende a limitarsi sempre di più – complici la crisi della bachicoltura e la scomparsa dei genitori di Betty – l’opera di sostegno alla comunità della Ambiveri cresce in maniera significativa, prendendo forme sempre più particolari, ad esempio in termini sindacali. Al profondissimo impegno nel sociale, Elisabetta continua però ad affiancare la gestione delle proprietà agricole rimaste.


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Lo studio di Betty Ambiveri nella villa di Seriate, dove ogni giorno la donna accoglieva le richieste dei più bisognosi.

Betty Ambiveri e lo scontro con il regime fascista

A un passo dagli anni Quaranta, una nuova guerra investe l'Europa, stroncando i presupposti maturati della Ambiveri di partire per le missioni. La donna torna così alla propria attività in ospedale, dove prende immediatamente coscienza della carenza di medicinali per i ricoverati e dell’inefficacia delle cure: decide così di scrivere una lettera carica d’indignazione direttamente alla segreteria di Mussolini. Da questa, di tutta risposta, giunge per Elisabetta la sospensione istantanea dal servizio.


La Ambiveri non piega il capo e commenta con intransigenza questa direttiva con una lettera inviata alla vice ispettrice delle infermiere volontarie: «La comunicazione fattami di essere stata sospesa nientemeno che telegraficamente da Roma, non solo mi ha lasciata pienamente impassibile, avendo la coscienza pienamente tranquilla, ma mi ha fatto piacere per la ripresa libertà, a me tanto necessaria per le mie diverse occupazioni, non esclusa l’assistenza alle famiglie dei militari».


Elisabetta continua, infatti, a dare il proprio contributo nell’ambito della Croce Rossa, e il suo temperamento la porta ad orientarsi sempre più verso una decisa direzione di lotta antifascista.


Alla firma dell’armistizio del settembre 1943, che porterà alla fine della guerra, segue un periodo complesso che vede tuttavia l’Italia ancora in balìa dei fascisti: Elisabetta riunisce nella sua villa un gruppo di fidati compagni e dà vita a una squadra partigiana che viene battezzata “Decò e Canetta” e che, collaborando con le altre formazioni partigiane, organizza l’espatrio di numerose persone a rischio di arresto, nascondendo armi e divise per l’attività clandestina antifascista.


Betty non è affatto nuova a tali attestazioni di coraggio: già durante gli anni della guerra, nasconde nella sua casa di Seriate una famiglia di ebrei, aiutandola in seguito a fuggire in Svizzera. Nei ricordi dei nipoti della Ambiveri questo episodio è molto vivo, e la loro testimonianza porta alla luce l’estrema naturalezza e riservatezza con cui Elisabetta si dedica a queste opere.



Il carcere di Sant'Agata in Città Alta: le Lettere

Il carcere di Sant'Agata, il grande complesso in primo piano, da dove passarono molti detenuti destinati ai campi di lavoro e di concentramento tedeschi. Fu attivo, in qualità di luogo di detenzione, sino al 1977.

Per le sue attività partigiane, nel novembre 1943 Betty viene arrestata con l’accusa di detenzione di armi, e in seguito condannata a morte.


Viene condotta nel carcere di Sant’Agata, in Città Alta, e dalle celle che guardano i tetti delle case e i campanili, scrive molte lettere, che per intervento delle suore che operano in quel luogo vengono recapitate ai parenti.


In questo particolare luogo, oggi carico di memoria, Betty intreccia la propria storia con quella di numerose protagoniste della resistenza bergamasca qui detenute: le tracce del loro passaggio delineano una delle straordinarie storie che l'ISREC (l'istituto bergamasco per la storia della resistenza e dell'età contemporanea) si impegna a portare alla luce.


Di seguito alcune sue riflessioni, destinate probabilmente a una sorella, dove è la stessa Betty, provata dalla prigionia, a fare forza ai suoi cari: «Vi chiedo scusa dello spavento che avete preso per causa mia, perdonatemi con bontà. Io qui sono sistemata bene, prego, lavoro e consolo le persone che soffrono, così la mia giornata non è vana. Qui rinchiusa non so come vada oggi il mondo, mi par di vivere in un altro pianeta. La mia giornata scorre serena e prego Iddio perché doni all’Europa una pace giusta e che possa durare molto a lungo. Credo che qui noi passiamo ore più allegre di voi tutti. Ora siamo in stretta clausura essendo annunciata una visita SS. Non ti disturbare di scrivere a lungo, bastano comunicazioni telegrafiche e poi stracciare subito. Quando hai dubbi sull’avvenire pensa che ogni cosa che Iddio permette può avere uno scopo. Sta allegra, allegra, allegra.»


Grazie alle petizioni della popolazione di Seriate, all'operato del vescovo di Bergamo, monsignor Bernardini, e all’interessamento del celebre cardinale Schuster, la condanna inflitta a Betty viene convertita in dieci anni di carcere, da scontare ad Aichach, nei pressi di Monaco: la donna viene così deportata, insieme ad altri compagni partigiani.


Dopo due faticosi anni di duro lavoro, patimenti, indebolimento fisico e morale – ai quali Betty sopravvive grazie alla sua indole inflessibile e a una profondissima fede – nel 1945, il carcere dove è detenuta viene liberato grazie all'intervento degli americani. Come scrive lei stessa, esprimendo un'emozione inafferrabile per noi contemporanei: «Carissimi, dal 29 aprile siamo liberi. Alle 7 del mattino sono entrati gli americani ed hanno aperto tutte le celle: battimani, urla di gioia, lacrime ed abbracci».


Qualche mese dopo, Betty rientra finalmente a Seriate, dove viene accolta con fastosi e sentiti festeggiamenti: il suo ritorno è occasione per la città di celebrare la fine di un periodo tormentato, e di abbracciare la speranza dell’arrivo di un tempo migliore.


La Ambiveri non indugia un istante, e riprende a dedicarsi all’attività sociale ospitando nella sua villa varie associazioni, tra cui le Missionarie Eucaristiche, il Centro Orientamento Missionario, Azione cattolica e Russia cristiana – tanto che, di quest’ultima associazione, villa Ambiveri è ancora oggi la prestigiosa sede.



La Ambiveri tra le prime donne italiane a ricoprire una carica politica nel Dopoguerra

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Betty Ambiveri e Papa Giovanni XXIII: due volti bergamaschi che hanno fatto dell'attenzione al prossimo la propria vita.

Frattanto, e come naturale conseguenza, l’impegno di Elisabetta si muove verso una dimensione nuova, ovvero l'attività politica, grazie alla quale la donna può agire definitivamente per il bene della comunità: nel 1946, la Ambiveri viene eletta nel consiglio comunale di Bergamo per la durata di due mandati, restando dunque in carica dieci anni.


Successivamente, dal 1956 al 1960, viene eletta, nelle liste della Democrazia Cristiana, anche nel Consiglio Provinciale.


A Bergamo, Elisabetta Ambiveri è la prima donna a ricoprire entrambi gli incarichi nel dopoguerra: nelle sedute di consiglio, Betty dimostra il suo interessamento per le classi più svantaggiate, con la più profonda attenzione alle loro più varie necessità. Di lei, infatti, un esponente politico disse: «Era un vulcano di idee, bastava che venisse a sapere che c'era qualcuno in stato di bisogno, perché immediatamente se ne facesse carico».


L’impegno di Betty si espande e coinvolge i settori più bisognosi di aiuti: dall’ospedale Bolognini di Seriate, di cui diventa presidente occupandosi instancabilmente degli interventi di ristrutturazione e organizzazione - reperendo anche i fondi necessari - all’impegno nella Croce Rossa Italiana in qualità di ispettrice delle infermiere volontarie. Nell’agosto del 1945 fonda anche la sezione bergamasca del CIF (Centro Italiano Femminile), a dimostrazione della sua particolare sensibilità per le tematiche inerenti alla condizione della donna, promuovendo il suo ruolo nel nuovo scenario politico e sociale del dopoguerra.



La memoria di Betty Ambiveri nel Giardino dei Giusti di Calcinate

Betty Ambiveri medaglia al merito civico sindaco di Bergamo
Betty Ambiveri riceve la medaglia al merito civico dal sindaco di Bergamo, l'avvocato Tino Simoncini.

Gli ultimi anni della vita di Betty Ambiveri sono segnati da un male incurabile, a dispetto del quale l'incredibile donna conduce personalmente i suoi molteplici progetti, anche quando si trova costretta a letto: il suo impegno è infaticabile e intenso fino alla morte, avvenuta il 23 dicembre 1962.


Oggi, nel Giardino dei Giusti di Calcinate, sorto su viale Olmi, “c’è un albero per ogni uomo che, nella Storia, ha scelto il bene”: una targa, infatti, onora anche la memoria di Betty, straordinario volto bergamasco che consacrò la propria vita agli altri.


Il Giardino in questione è stato realizzato su modello dell’omonimo presente nel complesso dello Yed Vashem di Gerusalemme, dove è ricordata anche Lydia Gelmi Cattaneo, tra le decine di migliaia di persone che rischiarono le loro vite prestando soccorso agli ebrei perseguitati dai nazisti – e che, per questo, vennero definiti “Giusti tra le nazioni".



Seriate e Villa Ambiveri nel segno di Betty

Villa Ambiveri seriate Betty Ambiveri
Villa Ambiveri e una scorcio del suo delizioso giardino ravvivato da statue, alberi e piante

Oggi la memoria di Betty è racchiusa, in particolare, tra le stanze di Villa Ambiveri. La villa, di origine settecentesca, passò per varie famiglie fino a quando venne acquistata da Giovanni, padre di Betty, che scelse di stabilirsi in questa dimora non soltanto per la sua posizione sulla strada principale, ma altrettanto per il vicino accesso alla ferrovia.


Egli, infatti, importante allevatore di bachi da seta - tanto che, all’Esposizione di Parigi del 1900, vinse il primo premio internazionale nella sua categoria - necessitava fortemente di tale posizione favorevole.


Metaforicamente, la centralità della villa si rivelò estremamente calzante quando, nei decenni successivi, la primogenita dell'